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Gian Berra: un
artista nativo di terra veneta.
Ogni terra da i propri frutti. Essi sono i suoi
figli. Si nutrono di essa, respirano la sua aria e bevono la sua acqua.
La vita germoglia e non chiede che di vivere.
Non ci sono dei perché. La vita si manifesta con
potenzialità creative inaspettate ed imprevedibili. E l’artista è il
Jolly che ogni volta rimescola le carte e propone infinite possibilità
mai prevedibili.
Gian Berra festeggia oggi i suoi primi 35 anni di
pittura. Un ‘artista a tempo pieno che da giovane ha girato un po’ il
mondo e poi è tornato a respirare l’aria di casa con una serie di
esperienze che gli ha permesso di confrontare tante situazioni umane.
Gian Berra è un artista perennemente in contatto
con ciò che vive. Lo affascinano le identità nascoste nei propri simili.
Essi nascondono i loro lati migliori dietro apparenze; comportamenti che
rivelano in continuo la ricchezza di ognuno. L’artista vede questa
ricchezza e la rende palese a tutti.
La natura che ci sta attorno, che ci alimenta ma
che anche ci mette alla prova, è piena di segni e linguaggi speciali che
è così facile raccogliere. Gian Berra nota toni di luce, forme,
personaggi e con emozione libera li rende concreti. Da una forma al
linguaggio della vita.
La sensibilità all’essenza delle altre coscienze è
un dono speciale, ma scomodo.
L’artista vive il suo ruolo con dispetto. Vede,
sente una realtà allargata. Si cruccia perché altri non la notano. E non
ne può fare a meno. Quello è il suo ruolo. E’ l’unico modo per essere
totalmente sé stesso. E’ il suo scomodo tesoro.
Vive la vita con infinito entusiasmo: la vita è
troppo bella, meravigliosa, sfaccettata come una gemma. Come volgere lo
sguardo altrove?
Gian Berra vive l’emozione di vivere. E vorrebbe,
da vero egoista, che anche tutti gli altri lo facessero. Da questo punto
di vista è un gran illuso, ma i suoi quadri parlano anche a tutti quelli
che alla meraviglia per la vita, non ci pensavano più.
35 anni di attività
artistica.
Quante mostre in 35 anni! Gian Berra è un
autodidatta, anche se nel 1980 ha frequentato per un po’ l’Accademia di
Belle Arti di Venezia.
Ma perché ci eri andato?
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Era per vedere cosa si faceva là. Io da anni già dipingevo,
ma mi era venuta la curiosità di vedere, sentire. Sono un gran curioso
per natura. Parlai con Emilio Vedova che insegnava in quella scuola.
Rimasi deluso dei quell’ambiente. E me ne tornai in collina.
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E le mostre?
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Ho iniziato quando il boom dell’arte era già finito. A metà
degli anni ’70 gran parte del mercato era finito. Nessuno a cui
rivolgermi per un consiglio. Così mi inventai tutto. Autodidatta sino in
fondo. Mi bastava poter vivere libero di “fare arte” e possibilmente non
fare debiti. E quando mi sentivo sconsolato me ne andavo a passeggiare
sulle ghiaie del Piave.
Di mostre Gian Berra ne ha organizzate davvero
tante. Quasi sempre spazi pubblici o luoghi anche di fortuna. Finché nel
1990 gli viene l’idea di provare a raccogliere amici intorno a sé. Fonda
l’Associazione Culturale La Criola con lo scopo di creare un gruppo di
persone sensibili all’arte. Insieme a loro organizza mostre collettive.
Nel 1993 lancia un “ Corso pratico di pittura”
rivolto a tutti quelli che sentono di provare la magia del dipingere. E’
un sucessone. Ma anche una grande responsabilità che stanca, ma riempie
di soddisfazione.
- Oggi siamo nel
2006, come va il
corso?
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Questo anno mi sono preso una pausa, un poco di respiro per
pensare a nuove cose.
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E il bilancio di 14 anni di corso?
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Ho tentato di contare le persone “allievi” del corso, e
dovrebbero essere almeno 900. Quasi non mi sembra possibile…
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E le “nuove cose”?
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Sto entrando in una fase nuova della mia vita. Per chi vive
l’arte è un’esigenza interiore agire sempre con spontaneità. Ascoltare
il proprio interiore e seguire l’intuizione. Sono sensazioni, emozioni
che cercano nuove vie con cui giocare alla vita. Sento di dover
elaborare un nuovo linguaggio pittorico. Una tecnica alternativa a
quella che già opero. Sono sempre stato un “espressionista alla veneta”.
Un romantico agreste, sognatore di atmosfere arcaiche. Ma comunque ben
vive tuttora... Ma dieci anni fa iniziai a scendere più in profondità.
Mi lasciai andare ad uno stile più informale, una ricerca che ho tenuto
per me. Sinora non ho mai esposto questi lavori.
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Desideri cambiare stile?
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No davvero. Ma sento che questi lavori siano maturi per
essere proposti al pubblico in alternativa agli altri. Semplicemente
lascio che una parte nascosta di me si riveli. Sarà questa profondità a
dire la sua. E io la lascerò libera di giocare.
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Ha un nome questa subpersonalità pittorica?
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Di certo ha un nome, il mio. Sono sempre io, solo che ora
lo rivelo al di fuori di me. Una pittura senza forma. Non direttamente
leggibile. Un messaggio da ciò che è nascosto dentro l’intima essenza di
ciascuno. Espresso con un linguaggio leggibile solo con sensazioni ed
emozioni. Come si fa da bambini.
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Un linguaggio degli Archetipi?
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Mah, forse qualcosa ancora più profondo…Gli Archetipi forse
hanno bisogno di una forma fissa o quasi, ma leggibile in ogni cultura.
Ad uno stato primordiale non ci sono nemmeno le immagini.
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Allora proponi un informale?
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Qualcosa di più. Viviamo in una civiltà che continuamente
reinventa sé stessa anche se sembra abbia uno schema fisso. Viviamo in
perenne “decadenza”; ma ogni decadenza è in realtà è una rinascita. E lo
sappiamo tutti. Alla fine del 1700 era la stessa cosa e lo stile barocco
ne è la prova. Barocco significa mettere un ricciolo compiaciuto al
proprio cambiamento. Vivere con gusto la propria impermanenza…
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Un “ informale barocco”
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Bravo! Ecco il nome: Informale Barocco di Gian Berra.
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